domenica 8 dicembre 2013

"Il peccato è la trasgressione della legge"

Chi non ricorda dagli anni della giovinezza il racconto morale di "Ercole al Bivio"? E' un apologo ormai frusto, composto nel secolo V a.C. dal sofista Prodico di Ceo, o più probabilmente di Chio, il famoso maestro di Socrate; secondo lo Scoliasta di Aristofane, faceva parte dell'opera Le stagioni e giunse a noi nella versione di Senofonte. Ognuno ricorda come la Virtù, il Vizio, la Felicità, personificate nella disputa retorica, vantino davanti al giovane Ercole le proprie eccellenze e come ciascuna lo inviti a incamminarsi sulla sua strada. L'autore ne approfitta per fornire l'elenco delle virtù e dei vizi e così abbiamo un manuale pedagogico per l'educazione della gioventù ateniese. 
Ma sarebbe un errore vedere qualcosa di straordinario in questo racconto. Esso è probabilmente un'elaborazione letteraria di una favola popolare e quindi l'albero genealogico fiorì per secoli prima di diventare il capostipite di tante generazioni letterarie. Il soggetto delle "due vie" è quindi "itinerante", come dicono gli storici della letteratura.
Naturalmente il catalogo delle virtù e dei vizi che corrispondono alle due strade della vita e che ne costituisce la parte fondamentale, è modificato dalle concezioni etiche dei vari luoghi ed epoche. Ma nelle elaborazioni posteriori di questo tema è facile scorgere che la disputa della virtù e del vizio costituisce essenzialmente una battaglia in favore della purezza (celomudrie).
La contrapposizione più elaborata delle due vie si ritrova nella cosiddetta  Dottrina dei dodici apostoli della fine del secolo I o dell'inizio del II d.C., un testo per il quale è difficile stabilire con esattezza i reciproci rapporti genaralogici delle varianti, cosa per noi, del resto, neanche necessaria. Non vogliamo nemmeno insistere troppo sulla nostra ipotesi della loro derivazione dall'apologo di Prodico.
A noi importa non la dipendenza genetica delle varie elaborazioni di una stessa idea ma solo il tema, l'idea generale, diffusa nell'umanità e inscindibile dalla sua autocoscenza, che "esistono due vie: quella della vita e quella della morte" come dice nell'introduzione l'ignoto compilatore della Dottrina.

Il consenso universale testifica che ci sono due vie, ma come capire la possibilità stessa di questa dualità?
Una delle vie porta alla verità, l'altra è completamente diversa... Com'è possibile che esista una seconda via quando la verità è la fonte di ogni essere e nulla esiste al di fuori della verità? Se la verità è tutto (se nonfosse tutto non sarebbe la verità), come ammettere una talquale non verità, una talquale menzogna?  Dio è vita e causa della vita, cioè della creatività. Quindi la menzogna è morte e causa della morte, cioè della distruzione. Dio è ordine e armonia, la menzogna è disordine e anarchia. Dio è santità, la menzogna è peccato. Ma come può esistere il peccato? ... La sterilità, l'impotenza, l'incapacità di generare la vita sono il frutto naturale del peccato. Il peccato non è in grado di creare, ma solo di distruggere. Il peccato è infruttuoso, perchè non è vita ma morte. La morte trascina la sua misera esistenza soltanto per la vita, si nutre della vita ed esiste solo in quanto la vita la nutre di se stessa. La morte possiede solo la vita che essa deturpa. Il diavolo con tutti i suoi seguaci, perfino nella "messa nera", non è riuscito a inventare altro che una parodia sacrilega della liturgia sacramentale, facendo tutto alla rovescia. Che vuotezza, che "profondità" piatta! 

Il peccato è il parassita della santità ed esiste perchè la santità non si è ancora separata da esso definitivamente, perchè il grano e la zizzania per ora crescono insieme.
Il peccato, che come ogni parassita distrugge colui che lo nutre, mina allo stesso tempo anche se stesso, si rivolta verso se stesso, consuma se stesso, e tutto ciò che non vuole l'umiliazione viene sottoposto alla distruzioni. Il peccato è il momento del disordine, della decomposizione e della rovina della vita spirituale,. L'anima perde la propria unità sostanziale, la coscienza della propria natura creatrice, e si perde nella bufera caotica dei suoi stessi umori, cessando di esserne la sostanza e l'essenza. L'Io affoga nel  "torrente mortale" delle passioni. Non a caso il sorriso enigmatico e tentatore dei volti di Leonardo da Vinci, che esprimono scetticismo, allontanamento da Dio e la pervicacia dell'uomo che dice "io so", e in realtà il sorriso della confusione e della perdizione. Questi volti hanno perso se stessi e lo si vede particolarmente chiaro nella Gioconda. In sostanza è il sorriso del peccato, della tentazione e della seduzione, il sorriso prostituito e depravato che non esprime nulla di fausto (proprio in questo sta la sua enigmaticità), oltre a un certo turbamento, a una certa confusione interiore dello spirito.



Maria Grazia Fida
Università degli studi di parma
Email: fida.pedagogista@virgilio.it